Graziella Compri
Mese: Ottobre 2025
Professione
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Ottobre 2025
Verona, 1969: il gruppo di giovani amici di Graziella, tutti sposati da poco, stava cercando un assistente spirituale e trovò Don Antonio Mazzi, religioso dell’Opera Don Calabria.
Il gruppo si incontrava spesso nei fine settimana, e una sera il sacerdote esordì con una frase che avrebbe cambiato il destino di tante persone: «Faremo una cooperativa».
Faremo una Cooperativa
In quel periodo, infatti, don Antonio aveva accolto nel Centro di formazione professionale Don Calabria in via Roveggia dei ragazzi disabili che provenivano da scuole speciali della provincia, facendo in modo che seguissero un programma personalizzato.
C’era un problema: la scuola durava solo tre anni. «E poi? Li mando tutti a casa?», si chiedeva, e aveva intravisto una possibilità nella creazione di una cooperativa.
Nel 1974, però, le cooperative dedicate alla disabilità in Veneto non esistevano ancora e nessuno dei giovani amici aveva esperienza con persone disabili. Questo non scoraggiò nessuno perché l’entusiasmo di don Antonio è sempre stato contagioso e da qualche parte bisognava iniziare: si copiò dunque il modello di cooperative simili già presenti in Emilia Romagna e tutti i membri del gruppo di amici diventarono soci.
Iniziò così l’avventura della prima cooperativa in Veneto con la missione sociale di dare lavoro alle persone con disabilità, il Centro di Lavoro che quest’anno spegne 50 candeline.
L’importante è iniziare
L’inizio è stato un po’ complicato, ci è voluto del tempo per trovare delle commesse idonee a persone con abilità molto diverse. Graziella ricorda con allegria: «Avevo trovato da far loro dipingere i soldatini da collezione… figurarsi la precisione! Loro facevano la base verde e alla sera noi li completavamo».
In quei primissimi tempi non esisteva ancora il servizio civile: era il 1975 e ad aiutare nella cooperativa erano arrivati anche gli “anarchici” che rifiutavano il servizio militare, una possibilità colta da don Mazzi per coinvolgere persone attive nel nuovo progetto. I primi obiettori di coscienza sarebbero arrivati più tardi, dando un contributo importante alla dimensione produttiva, ma soprattutto sociale, della nuova realtà.
«Don Antonio aveva questa grande capacità di coinvolgerci» continua Graziella. «Tu sposavi la causa e non c’era sacrificio, anche se non è stato per niente facile».
Pionierismo sociale
Non esisteva la formazione per gli operatori del sociale, anzi, non esisteva proprio la figura dell’educatore; Graziella frequentò un corso di primo soccorso della Croce Verde, per essere almeno pronta a gestire eventuali emergenze. Inoltre, don Antonio riusciva a organizzare per i suoi cooperanti una formazione all’avanguardia: ogni anno tra agosto e settembre arrivava a Verona una équipe dell’Università Cattolica di Milano a tenere corsi d’aggiornamento, e in più gli operatori del Centro Medico andarono più volte all’estero a conoscere realtà simili di inserimento socio-lavorativo.
Era pionierismo puro, bisognava imparare a relazionarsi con ragazzi disabili – solo maschi all’inizio – che erano sempre rimasti protetti tra le mura domestiche e nelle scuole speciali, senza sapere come avrebbero reagito. D’altra parte don Antonio Mazzi ha sempre avuto la capacità di guardare avanti e vedere le possibilità anche laddove c’è solo caos. Quelli che ha messo in piedi erano servizi che anticipavano i servizi pubblici.
Serve una équipe di specialisti
Dopo le difficoltà iniziali, entro pochi anni la Cooperativa iniziò a funzionare. Un giorno don Antonio propose a Graziella: «Lascia la Cooperativa e apriamo un Centro Medico». Lei era incredula. «Se facciamo inserimento lavorativo dei ragazzi disabili possiamo fare anche ergoterapia, la “terapia del lavoro”. Abbiamo bisogno di te per aprire il Centro Medico», concluse il sacerdote. E così, non sapendo nulla di come si apre una struttura di questo tipo, Graziella si mise al lavoro.
L’équipe medica (formata da psicologo, neurologo, internista, ortopedico, fisiatra, fisioterapista, logopedista e psicomotricista dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar) era necessaria, infatti, per fare un progetto personalizzato a ogni ragazzo, proprio quel “progetto personalizzato” comunemente usato oggi.
Don Mazzi ci teneva a dare servizi di qualità, voleva strutture belle e funzionali per i suoi ragazzi: fece costruire una piscina per l’idroterapia e avviato un programma di ippoterapia. Anche il quel caso un concetto che adesso reputiamo normale – la terapia con gli animali – allora non lo era.
E i fondi? Per la Cooperativa arrivavano da bandi dell’Unione Europea, inoltre il Centro Medico poté avere una convenzione con il Ministero della Sanità. I terapisti erano regolarmente assunti, tutto era svolto secondo le normative. Questo dimostra una capacità di progettazione per quei tempi molto avanzata.
Una grandissima intuizione
«Quando una cosa cominciava a funzionare, io la lasciavo. Dopo dieci anni, nel 1989 ho lasciato il Centro Medico e ho iniziato a lavorare nella sede veronese della Fondazione Exodus, sempre in seno all’Opera Don Calabria, la comunità che don Mazzi aveva avviato nel 1980 al Parco Lambro a Milano per seguire i ragazzi tossicodipendenti. In quegli anni era una vera piaga sociale, gli operatori non reggevano. Abbiamo aperto a Verona una prima accoglienza direttamente dalla strada. Qui i ragazzi venivano preparati per entrare nella comunità e, parallelamente, seguivamo le loro famiglie con gruppi di auto aiuto. Per me l’Exodus è stata un’esperienza fortissima» racconta ancora Graziella. «Don Antonio era uno che andava agli estremi ma ti spingeva a superare i tuoi limiti. E lui era sempre avanti con un progetto nuovo».
A guardare indietro la Cooperativa è stata un’intuizione grandissima, che ha dato il via a decine di altre esperienze in Veneto e non solo. Graziella è convinta che tutti loro – a partire da quel gruppo di giovani amici, dagli obiettori di coscienza, fino ai professionisti che hanno portato avanti il Centro Medico – sono stati dei piccoli strumenti della Provvidenza. E vedere il cammino che hanno fatto quei ragazzi disabili è una soddisfazione immensa perché nessuno avrebbe scommesso su di loro. Don Mazzi sì.
L’Opera Don Calabria è per lei una seconda famiglia, le ha dato molte possibilità di crescita, le ha aperto un mondo che non conosceva e insegnato a non piangersi addosso perché nel mondo del sociale si vedono situazioni molto tragiche.
Nel 2003, con i figli grandi e ormai sistemati, Graziella si è licenziata dall’Opera Don Calabria ed è diventata definitivamente missionaria in Africa, dopo anni in cui partiva in missioni di volontariato solo durante le ferie. E quando le cose vanno male – anche lei ha avuto dei momenti molto duri nella vita – ripete tra sé una frase che ha coniato durante il suo periodo africano: «Domani può anche andare bene, perché no?».



