Andrea Sivero
Mese: Novembre 2025
Professione
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Maggio 2025
In un’Italia che aveva da poco istituito il Servizio Civile in alternativa a quello militare, Andrea Sivero è stato uno dei primi obiettori di coscienza a Verona. Per questo motivo nel 1975 arrivò al Centro di Lavoro, la cooperativa appena fondata da don Antonio Mazzi.
Quell’anno il sacerdote aveva aperto a Verona la prima cooperativa per l’inserimento lavorativo di ragazzi con disabilità e da subito colse l’occasione per richiedere il contributo degli obiettori di coscienza, perché a loro volta potessero svolgere un servizio sociale. Il loro compito era di seguire i ragazzi inseriti nelle attività quotidiane della cooperativa e di andare in cerca di commesse nelle aziende.
Ogni giorno una scoperta
Un compito non proprio facile, perché «dovevano essere lavori da poter eseguire nella nostra sede e non fossero molto complessi: si puntava, infatti, a utilizzare le abilità residue nei ragazzi, nonostante le disabilità, e a svilupparle con attività produttive adatte a loro. Ogni giorno era una scoperta» racconta Andrea.
Così ogni laboratorio si presta al racconto di un aneddoto curioso. Come la produzione dei portachiavi, a cui potevano lavorare tutti: chi inseriva una ghiera nel portachiavi, chi un anellino, ecc. In seguito il portachiavi, tornava in azienda dove veniva cromato. «Avevamo anche una pressa all’avanguardia, con un bicomando di sicurezza, ma i ragazzi avevano trovato il modo di aggirare il sistema evitando di usare contemporaneamente le due mani. In questo modo la lavorazione diventava pericolosa, perché la mano che restava libera o quella di qualche altro ragazzo potevano finire sotto la pressa. L’abbiamo restituita subito».
Anche la lavorazione degli “zatteroni” (dei sandali molto alti per donna) ha creato qualche problema. La suola (in polistirolo) doveva essere rivestita con una pellicola che imitava il sughero. «Noi lavoravamo su un soppalco», continua Andrea, «con il riscaldamento a soffitto. Bisognava stendere la colla su queste pellicole che andavano poi applicate sugli zatteroni. Nel giro di due ore i ragazzi erano euforici, si davano pacche sulle spalle… Insomma erano tutti allegri! Cos’era successo? I vapori della colla avevano saturato l’ambiente e, poiché eravamo privi di un sistema di aspirazione, avevano “ubriacato” tutti. Abbiamo dovuto sospendere anche questa lavorazione».
Gli unici laboratori che sono continuati sono stati quello di falegnameria e di cartotecnica, perché c’erano operazioni che potevano fare tutti e avevano macchinari sicuri.
Un modello valido
La Cooperativa funzionava perché alla base aveva un modello valido. In quel periodo Andrea e i suoi colleghi fecero anche delle visite all’estero, in Francia e Svizzera, per conoscere altre situazioni di inserimento lavorativo di persone disabili. «In Svizzera abbiamo visto un centro molto all’avanguardia, con lavorazioni oserei dire quasi rischiose per i ragazzi con disabilità; ma attorno a loro era stato creato un ambiente sicuro simile all’esterno, con botteghe e luoghi d’incontro dove potevano fare la spesa e avere vita sociale».
Pur con differenze di visione, quell’esperienza è stata fondamentale per portare a Verona l’idea di aprire un laboratorio ortopedico – embrione del Centro Medico nato in via Roveggia e poi trasferitosi in via San Marco – a supporto delle attività di inclusione sociale e lavorativa.
Un grande periodo formativo
Il servizio civile di Andrea è durato dal 1975 al 1977, e tale è stato il tempo che ha trascorso nella Cooperativa: poco rispetto alla sua storia decennale, ma quel “poco” ha coinciso con il momento cruciale della sua fondazione.
«D’estate si interrompeva il lavoro in Cooperativa» continua Andrea, «e trascorrevamo le ferie in alcune casette al camping di Cisano, sul Lago di Garda. Per tre settimane, con la mia futura moglie (non ero ancora sposato), e quattro ragazzi della Cooperativa, ci siamo inseriti nell’ambiente del campeggio: è stata una bellissima esperienza. Don Mazzi curava tutti i dettagli e voleva che i ragazzi vivessero il maggior numero di esperienze socializzanti: non lasciava niente al caso. Si serviva di noi obiettori e, senza tante parole, ci prospettava iniziative, ci dava fiducia».
I due anni da obiettore sono stati per Andrea un grande periodo formativo: aveva deciso di dare tutto sé stesso anche oltre gli orari di lavoro, poiché credeva e crede ancora nella funzione dell’obiezione di coscienza.
Partecipare alla vita
Una volta terminato il servizio civile don Mazzi gli propose di fermarsi nella Cooperativa, ma Andrea, appena laureato in ingegneria, voleva provare altre esperienze lavorative. Rimase tuttavia socio per alcuni anni, pur lavorando in altre aziende.
Per spiegare il valore pionieristico di quell’intuizione di don Mazzi nel 1975, Andrea si rifà a un concetto del sociologo Zygmunt Bauman, ovvero che “tutte le società creano stranieri”.
Straniero, sia come aggettivo che come sostantivo, deriva termine latino extraneus «estraneo, esterno». Di conseguenza lo straniero è colui che non corrisponde, non si adatta, non si adegua alle situazioni cognitive, morali, linguistiche, culturali, estetiche, economiche riconosciute nella società che lo ospita. Quindi, indicati i “confini” entro cui è possibile muoversi in libertà, automaticamente sono definiti “stranieri” tutti coloro che sono destinati a rimanere fuori (esterni o estranei) da questi confini.
Nella Cooperativa, invece, si è messo in pratica il contrario, si è cercata “l’inclusione”, facendo partecipare i ragazzi con disabilità a una vita “normale” dove il lavoro non esclude, ma integra.
Un’intuizione coraggiosa che dà i suoi frutti ancora oggi.



