Federica Nassetti

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Aprile 2025

È a Verona da una decina d’anni, ma la natura esuberante e allegra di Federica è tutta bolognese. Si è trasferita da poco in Borgo Santa Croce, un quartiere con molti alberi dove si sta bene: qui abita con l’adorata cagnolina Frida e con Giulio, il suo compagno “veronese non veronese”, come ama scherzare lei.

Le sue passioni sono passeggiare in montagna, andare in bici e a teatro, anche se qui non va mai abbastanza.

Si apre un mondo

Come per molti dei nostri collaboratori, in Cooperativa Federica è arrivata un po’ per caso. Dopo la laurea in Design Industriale è venuta a Verona per lavorare all’Ufficio Visual del Gruppo Calzedonia. In quel periodo aveva appena frequentato un laboratorio di legatoria e le si è aperto un mondo che non l’ha più lasciata: ha così iniziato a recuperare carta di scarto per fare quaderni, fino a considerare la legatoria come parte del suo lavoro.

Nel 2014 si trovava a Londra e lì è nato YUUY, il marchio che la accompagna ancora oggi. 

Legatoria sociale

Una volta tornata in Italia, quindi, Federica ha lasciato il lavoro da Calzedonia per dedicarsi alla sua vera passione, grazie anche a una grossa commessa arrivata dalla casa editrice Sassi.

Circa nove anni fa è entrata in contatto con il coworking di Vicolo Valle prima, e con la Cooperativa Sociale Centro di Lavoro San Giovanni Calabria poi. L’intuizione fortunata di Raffaele Cossa, il referente per il settore Comunicazione e per il coworking, è stata quella di integrare l’attività di legatoria nei laboratori esperienziali del Civico 21 della Cooperativa: era la prima volta che Federica dava vita a una “legatoria sociale”, aveva molta paura di sbagliare e di fare degli errori con i ragazzi che vedeva in via Gardesane due mattine a settimana. «Ma ci sono “rimasta sotto” per la seconda volta, mi divertivo troppo!», racconta ancora con emozione.

Nuovi legami

Era ancora il periodo in cui Federica si divideva tra diversi lavori e laboratori di legatoria, tra cui il suo personale a Porto San Pancrazio, che però era in fase di chiusura: la Cooperativa le ha così proposto di portare tutto il suo materiale e i macchinari nello spazio Retro Bottega di Vicolo Valle, per continuare la sua professione e le attività con i ragazzi del Civico 21. «Avere il laboratorio qui ha un senso, perché è legato anche al negozio Bottega Aperta. La gente lo riconosce, torna» dice con orgoglio Federica. Da agosto 2024 è stata ufficialmente assunta. 

Diversamente

Federica è ora la referente del Retro Bottega insieme a Raffaele e continua con la sua attività di legatrice. Nella legatoria sociale i ragazzi e le ragazze in tirocinio d’inclusione sperimentano cose che altrimenti non farebbero mai, come le esperienze di vendita e il contatto con i clienti. Queste dinamiche piacciono ai ragazzi, si divertono tantissimo. «Stiamo riuscendo a creare degli articoli apparentemente banali, ma che raccontano un sacco di storie. Non devono essere perfetti per funzionare!».

Infatti, per Federica la parola “diversamente” ha un grande significato: c’è sempre un modo diverso per fare le cose, per pensare le cose e le persone. 


Andrea Sivero

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Maggio 2025

In un’Italia che aveva da poco istituito il Servizio Civile in alternativa a quello militare, Andrea Sivero è stato uno dei primi obiettori di coscienza a Verona. Per questo motivo nel 1975 arrivò al Centro di Lavoro, la cooperativa appena fondata da don Antonio Mazzi.

Quell’anno il sacerdote aveva aperto a Verona la prima cooperativa per l’inserimento lavorativo di ragazzi con disabilità e da subito colse l’occasione per richiedere il contributo degli obiettori di coscienza, perché a loro volta potessero svolgere un servizio sociale. Il loro compito era di seguire i ragazzi inseriti nelle attività quotidiane della cooperativa e di andare in cerca di commesse nelle aziende.

Ogni giorno una scoperta

Un compito non proprio facile, perché «dovevano essere lavori da poter eseguire nella nostra sede e non fossero molto complessi: si puntava, infatti, a utilizzare le abilità residue nei ragazzi, nonostante le disabilità, e a svilupparle con attività produttive adatte a loro. Ogni giorno era una scoperta» racconta Andrea. 

Così ogni laboratorio si presta al racconto di un aneddoto curioso. Come la produzione dei portachiavi, a cui potevano lavorare tutti: chi inseriva una ghiera nel portachiavi, chi un anellino, ecc. In seguito il portachiavi, tornava in azienda dove veniva cromato. «Avevamo anche una pressa all’avanguardia, con un bicomando di sicurezza, ma i ragazzi avevano trovato il modo di aggirare il sistema evitando di usare contemporaneamente le due mani. In questo modo la lavorazione diventava pericolosa, perché la mano che restava libera o quella di qualche altro ragazzo potevano finire sotto la pressa. L’abbiamo restituita subito». 

Anche la lavorazione degli “zatteroni” (dei sandali molto alti per donna) ha creato qualche problema. La suola (in polistirolo) doveva essere rivestita con una pellicola che imitava il sughero. «Noi lavoravamo su un soppalco», continua Andrea, «con il riscaldamento a soffitto. Bisognava stendere la colla su queste pellicole che andavano poi applicate sugli zatteroni. Nel giro di due ore i ragazzi erano euforici, si davano pacche sulle spalle… Insomma erano tutti allegri! Cos’era successo? I vapori della colla avevano saturato l’ambiente e, poiché eravamo privi di un sistema di aspirazione, avevano “ubriacato” tutti. Abbiamo dovuto sospendere anche questa lavorazione».

Gli unici laboratori che sono continuati sono stati quello di falegnameria e di cartotecnica, perché c’erano operazioni che potevano fare tutti e avevano macchinari sicuri.

Un modello valido

La Cooperativa funzionava perché alla base aveva un modello valido. In quel periodo Andrea e i suoi colleghi fecero anche delle visite all’estero, in Francia e Svizzera, per conoscere altre situazioni di inserimento lavorativo di persone disabili. «In Svizzera abbiamo visto un centro molto all’avanguardia, con lavorazioni oserei dire quasi rischiose per i ragazzi con disabilità; ma attorno a loro era stato creato un ambiente sicuro simile all’esterno, con botteghe e luoghi d’incontro dove potevano fare la spesa e avere vita sociale». 

Pur con differenze di visione, quell’esperienza è stata fondamentale per portare a Verona l’idea di aprire un laboratorio ortopedico – embrione del Centro Medico nato in via Roveggia e poi trasferitosi in via San Marco – a supporto delle attività di inclusione sociale e lavorativa.

Un grande periodo formativo

Il servizio civile di Andrea è durato dal 1975 al 1977, e tale è stato il tempo che ha trascorso nella Cooperativa: poco rispetto alla sua storia decennale, ma quel “poco” ha coinciso con il momento cruciale della sua fondazione.

«D’estate si interrompeva il lavoro in Cooperativa» continua Andrea, «e trascorrevamo le ferie in alcune casette al camping di Cisano, sul Lago di Garda. Per tre settimane, con la mia futura moglie (non ero ancora sposato), e quattro ragazzi della Cooperativa, ci siamo inseriti nell’ambiente del campeggio: è stata una bellissima esperienza. Don Mazzi curava tutti i dettagli e voleva che i ragazzi vivessero il maggior numero di esperienze socializzanti: non lasciava niente al caso. Si serviva di noi obiettori e, senza tante parole, ci prospettava iniziative, ci dava fiducia».

I due anni da obiettore sono stati per Andrea un grande periodo formativo: aveva deciso di dare tutto sé stesso anche oltre gli orari di lavoro, poiché credeva e crede ancora nella funzione dell’obiezione di coscienza.

Partecipare alla vita

Una volta terminato il servizio civile don Mazzi gli propose di fermarsi nella Cooperativa, ma Andrea, appena laureato in ingegneria, voleva provare altre esperienze lavorative. Rimase tuttavia socio per alcuni anni, pur lavorando in altre aziende.

Per spiegare il valore pionieristico di quell’intuizione di don Mazzi nel 1975, Andrea si rifà a un concetto del sociologo Zygmunt Bauman, ovvero che “tutte le società creano stranieri”.

Straniero, sia come aggettivo che come sostantivo, deriva termine latino extraneus «estraneo, esterno». Di conseguenza lo straniero è colui che non corrisponde, non si adatta, non si adegua alle situazioni cognitive, morali, linguistiche, culturali, estetiche, economiche riconosciute nella società che lo ospita. Quindi, indicati i “confini” entro cui è possibile muoversi in libertà, automaticamente sono definiti “stranieri” tutti coloro che sono destinati a rimanere fuori (esterni o estranei) da questi confini.

Nella Cooperativa, invece, si è messo in pratica il contrario, si è cercata “l’inclusione”, facendo partecipare i ragazzi con disabilità a una vita “normale” dove il lavoro non esclude, ma integra.

Un’intuizione coraggiosa che dà i suoi frutti ancora oggi.


Graziella Compri

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Ottobre 2025

Verona, 1969: il gruppo di giovani amici di Graziella, tutti sposati da poco, stava cercando un assistente spirituale e trovò Don Antonio Mazzi, religioso dell’Opera Don Calabria.

Il gruppo si incontrava spesso nei fine settimana, e una sera il sacerdote esordì con una frase che avrebbe cambiato il destino di tante persone: «Faremo una cooperativa».

Faremo una Cooperativa

In quel periodo, infatti, don Antonio aveva accolto nel Centro di formazione professionale Don Calabria in via Roveggia dei ragazzi disabili che provenivano da scuole speciali della provincia, facendo in modo che seguissero un programma personalizzato.

C’era un problema: la scuola durava solo tre anni. «E poi? Li mando tutti a casa?», si chiedeva, e aveva intravisto una possibilità nella creazione di una cooperativa.

Nel 1974, però, le cooperative dedicate alla disabilità in Veneto non esistevano ancora e nessuno dei giovani amici aveva esperienza con persone disabili. Questo non scoraggiò nessuno perché l’entusiasmo di don Antonio è sempre stato contagioso e da qualche parte bisognava iniziare: si copiò dunque il modello di cooperative simili già presenti in Emilia Romagna e tutti i membri del gruppo di amici diventarono soci.

Iniziò così l’avventura della prima cooperativa in Veneto con la missione sociale di dare lavoro alle persone con disabilità, il Centro di Lavoro che quest’anno spegne 50 candeline.

L’importante è iniziare

L’inizio è stato un po’ complicato, ci è voluto del tempo per trovare delle commesse idonee a persone con abilità molto diverse. Graziella ricorda con allegria: «Avevo trovato da far loro dipingere i soldatini da collezione… figurarsi la precisione! Loro facevano la base verde e alla sera noi li completavamo».

In quei primissimi tempi non esisteva ancora il servizio civile: era il 1975 e ad aiutare nella cooperativa erano arrivati anche gli “anarchici” che rifiutavano il servizio militare, una possibilità colta da don Mazzi per coinvolgere persone attive nel nuovo progetto. I primi obiettori di coscienza sarebbero arrivati più tardi, dando un contributo importante alla dimensione produttiva, ma soprattutto sociale, della nuova realtà.

«Don Antonio aveva questa grande capacità di coinvolgerci» continua Graziella. «Tu sposavi la causa e non c’era sacrificio, anche se non è stato per niente facile». 

Pionierismo sociale

Non esisteva la formazione per gli operatori del sociale, anzi, non esisteva proprio la figura dell’educatore; Graziella frequentò un corso di primo soccorso della Croce Verde, per essere almeno pronta a gestire eventuali emergenze. Inoltre, don Antonio riusciva a organizzare per i suoi cooperanti una formazione all’avanguardia: ogni anno tra agosto e settembre arrivava a Verona una équipe dell’Università Cattolica di Milano a tenere corsi d’aggiornamento, e in più gli operatori del Centro Medico andarono più volte all’estero a conoscere realtà simili di inserimento socio-lavorativo. 

Era pionierismo puro, bisognava imparare a relazionarsi con ragazzi disabili – solo maschi all’inizio – che erano sempre rimasti protetti tra le mura domestiche e nelle scuole speciali, senza sapere come avrebbero reagito. D’altra parte don Antonio Mazzi ha sempre avuto la capacità di guardare avanti e vedere le possibilità anche laddove c’è solo caos. Quelli che ha messo in piedi erano servizi che anticipavano i servizi pubblici.

Serve una équipe di specialisti

Dopo le difficoltà iniziali, entro pochi anni la Cooperativa iniziò a funzionare. Un giorno don Antonio propose a Graziella: «Lascia la Cooperativa e apriamo un Centro Medico». Lei era incredula. «Se facciamo inserimento lavorativo dei ragazzi disabili possiamo fare anche ergoterapia, la “terapia del lavoro”. Abbiamo bisogno di te per aprire il Centro Medico», concluse il sacerdote. E così, non sapendo nulla di come si apre una struttura di questo tipo, Graziella si mise al lavoro.

L’équipe medica (formata da psicologo, neurologo, internista, ortopedico, fisiatra, fisioterapista, logopedista e psicomotricista dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar) era necessaria, infatti, per fare un progetto personalizzato a ogni ragazzo, proprio quel “progetto personalizzato” comunemente usato oggi.

Don Mazzi ci teneva a dare servizi di qualità, voleva strutture belle e funzionali per i suoi ragazzi: fece costruire una piscina per l’idroterapia e avviato un programma di ippoterapia. Anche il quel caso un concetto che adesso reputiamo normale – la terapia con gli animali – allora non lo era.

E i fondi? Per la Cooperativa arrivavano da bandi dell’Unione Europea, inoltre il Centro Medico poté avere una convenzione con il Ministero della Sanità. I terapisti erano regolarmente assunti, tutto era svolto secondo le normative. Questo dimostra una capacità di progettazione per quei tempi molto avanzata.

Una grandissima intuizione

«Quando una cosa cominciava a funzionare, io la lasciavo. Dopo dieci anni, nel 1989 ho lasciato il Centro Medico e ho iniziato a lavorare nella sede veronese della Fondazione Exodus, sempre in seno all’Opera Don Calabria, la comunità che don Mazzi aveva avviato nel 1980 al Parco Lambro a Milano per seguire i ragazzi tossicodipendenti. In quegli anni era una vera piaga sociale, gli operatori non reggevano. Abbiamo aperto a Verona una prima accoglienza direttamente dalla strada. Qui i ragazzi venivano preparati per entrare nella comunità e, parallelamente, seguivamo le loro famiglie con gruppi di auto aiuto. Per me l’Exodus è stata un’esperienza fortissima» racconta ancora Graziella. «Don Antonio era uno che andava agli estremi ma ti spingeva a superare i tuoi limiti. E lui era sempre avanti con un progetto nuovo».

A guardare indietro la Cooperativa è stata un’intuizione grandissima, che ha dato il via a decine di altre esperienze in Veneto e non solo. Graziella è convinta che tutti loro – a partire da quel gruppo di giovani amici, dagli obiettori di coscienza, fino ai professionisti che hanno portato avanti il Centro Medico – sono stati dei piccoli strumenti della Provvidenza. E vedere il cammino che hanno fatto quei ragazzi disabili è una soddisfazione immensa perché nessuno avrebbe scommesso su di loro. Don Mazzi sì.

L’Opera Don Calabria è per lei una seconda famiglia, le ha dato molte possibilità di crescita, le ha aperto un mondo che non conosceva e insegnato a non piangersi addosso perché nel mondo del sociale si vedono situazioni molto tragiche. 

Nel 2003, con i figli grandi e ormai sistemati, Graziella si è licenziata dall’Opera Don Calabria ed è diventata definitivamente missionaria in Africa, dopo anni in cui partiva in missioni di volontariato solo durante le ferie. E quando le cose vanno male – anche lei ha avuto dei momenti molto duri nella vita – ripete tra sé una frase che ha coniato durante il suo periodo africano: «Domani può anche andare bene, perché no?».


Mattia Maistri

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Aprile 2025

Mattia, veronese classe 1996, abita nel quartiere Borgo Nuovo con la sua famiglia. Nel tempo libero si allena in palestra, da alcuni anni non c’è una settimana in cui non vada a sollevare pesi e a mettere su massa muscolare. «Perché serve energia per lavorare qui», specifica.

L’energia per lavorare

“Qui” è nel settore assemblaggio della Cooperativa Sociale Centro di Lavoro San Giovanni Calabria. Qualche anno dopo la fine della scuola, Mattia è entrato nella nostra Cooperativa grazie a un tirocinio SIL dell’Ulss9. Da quell’esperienza nel 2022 è arrivato un vero contratto di assunzione con l’Art. 14 e oggi è impegnato a tempo indeterminato.

Lavora 21 ore a settimana, solo le mattine: forse un po’ poche, ne farebbe volentieri qualcuna in più.

Nel settore assemblaggio lui è impiegato per l’azienda AERMEC, azienda veronese leader nei sistemi di climatizzazione con cui la Cooperativa ha una convenzione Art. 14. Può sembrare un lavoro sedentario e ripetitivo, invece Mattia riceve anche la consegna dei semilavorati e prepara il transpallet con i prodotti finiti da spedire col furgone, sempre sotto la guida del referente Gigi. È un lavoro fisico importante e grazie all’allenamento lui non lo teme!

La vita come viene

Diciamo la verità: nessuno è felice di lavorare, ma Mattia segue la filosofia del “prendere la vita come viene”. E così è contento di venire qui e trovare i suoi colleghi, di aver conosciuto persone nuove come Simone di cui è diventato molto amico. Sul posto di lavoro lui mette il proprio impegno e l’amicizia, crea un clima allegro con i colleghi. Insieme ridono molto, si scambiano battute. «Meglio così invece di lavorare in silenzio, no?».


Chiara Sambenati

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Luglio 2025

Sorridente, energica e dalla risata contagiosa, Chiara è la prima persona che si incontra durante il colloquio in Cooperativa. È la referente dell’Ufficio Gestione con le Persone e oggi tiene i rapporti con gli oltre 200 collaboratori della Cooperativa, mettendo a servizio la sua inclinazione più autentica: prendersi cura degli altri con empatia e gioia.

Un filo rosso chiamato cura

Fin da giovane, il senso del prendersi cura degli altri ha accompagnato ogni tappa della sua vita. Un padre segnato da un infortunio sul lavoro e una sorella con una malattia degenerativa hanno portato, tra le mura di casa, un’attenzione naturale al bisogno dell’altro. Oggi, quella stessa attitudine si ritrova nei suoi gesti quotidiani: fa da babysitter nel pomeriggio e segue i bambini di terza elementare come catechista.
«C’è tanto da fare fuori», dice con un sorriso, sottolineando come il sociale non sia solo un lavoro ma un’attitudine. «Le sfighe succedono a tutti, ma se non credi in qualcosa è difficile reagire». Ama la montagna e le camminate, e ogni mattina pratica yoga.

L’arrivo in cooperativa

Il suo percorso professionale inizia come ragioniera e programmatrice in Zucchetti, ruolo che la porta a girare il Nord Italia per importanti clienti. Ma il ritmo incalzante inizia a starle stretto. Decide allora di rallentare e di iscriversi a un corso per l’organizzazione di viaggi solidali al CUM. Proprio durante un’esperienza in India, ad Abradesh, trova due cose fondamentali: la passione per un altro modo di vivere… e suo marito.

Tornata in Italia con in testa un nuovo obiettivo, si iscrive all’università, laureandosi in Politiche e Istituzioni europee. Nel frattempo lavora e porta il sorriso negli ospedali pediatrici tramite l’associazione VIP di Bussolengo facendo clownterapia insieme al marito. «Ci chiamavamo Cic e Bigolo! Facevamo attività di truccabimbi e giochi con i palloncini, un’attività toccante ma bellissima che ricordo sempre con piacere».

Nascono Sofia e Ismaele, e con loro la volontà di rimanere in Italia, impegnandosi nel sociale all’interno del proprio territorio. Per questo sceglie di dedicare un periodo di servizio all’associazione “Volontari nel mondo RTM” di Reggio Emilia, operando presso le Case della Carità. Qui offre il proprio contributo attraverso attività di supporto e vicinanza alle persone in situazione di povertà.

Dopo cinque anni in un’importante azienda come responsabile risorse umane, si prende un anno sabbatico. È qui che incontra la Cooperativa, dove entra nel 2017 nello stesso ruolo. La scelta nasce da un bisogno di senso: «Volevo un ambito più sociale, con un ritmo diverso».

Oggi…

Nel 2019 si ferma per dedicarsi ai figli, ma nel 2024 torna, chiamata nuovamente a dare il suo contributo come Responsabile dell’Ufficio Gestione con le Persone. Si occupa oggi di assunzioni, inserimenti e gestione di oltre 200 lavoratori.
Il clima umano, l’attenzione all’altro, lo spirito di squadra verso un obiettivo comune: sono questi, per lei, i veri punti di forza della cooperativa. «Il nostro ufficio è sempre aperto, anche per chi vuole fare quattro chiacchere con un sorriso! Ogni giorno è un’incognita e per me è molto stimolante». 

Il suo motto

«Ce la posso fare!» è il suo motto, un filo conduttore che l’ha accompagnata in ogni sfida. «Senza troppi calcoli, buttandomi, ho trovato il modo di fare tutto».


Raffaele Cossa

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Marzo 2025

Chi ci lavora insieme sa quanto Raffaele sia instancabile e appassionato del proprio lavoro, sempre presente anche quando è lontano. Il percorso che lo ha portato a lavorare nel mondo del sociale è obliquo e frutto di una serie di scelte, più o meno consapevoli, ad ogni bivio della vita.

Sliding doors

Raffaele, milanese classe 1973, ama viaggiare con la sua famiglia, è un grande appassionato di sport, gioca a pallavolo da tempo immemore e da qualche anno anche a padel.

È laureato in Economia e Commercio all’Università Bocconi con indirizzo nella gestione di piccole e medie imprese. Per il progetto di tesi aveva analizzato il caso studio di Volare Airlines, la prima compagnia aerea lowcost italiana dove sarebbe stato assunto una volta laureato. Ma la prima sliding door era pronta a offrire un’alternativa al corso degli eventi: il giorno dopo la laurea, infatti, l’amico Bruno Genovese (nella foto) gli ha proposto di entrare a Leftloft, lo studio di comunicazione che aveva da poco fondato con altri tre soci e che cominciava già a lavorare con grandi marchi. Era il momento della bolla di internet, c’era tanto lavoro ma nessuno nello studio aveva competenze manageriali, così Raffaele si è trovato a mettere le proprie capacità al servizio della comunicazione.

Quando è nata Alice, la prima figlia di Raffaele e Chiara, la nuova famiglia ha deciso di lasciare Milano e cercare un posto migliore dove crescere la bambina. È iniziato quindi un lungo periodo itinerante per l’Italia: prima sette anni a Lucca, dove nel frattempo è nato Francesco, poi tre anni a Firenze, infine a Verona, per la precisione a Custoza di Sommacampagna, dove è rimasta per altri sette anni. Quattro anni fa per motivi familiari sono tornati tutti a Milano.

Qui dentro si può fare

Come è arrivato, dunque, Raffaele nella nostra Cooperativa? Anche qui il percorso non è stato diretto. Al tempo del suo trasferimento veronese Raffaele lavorava da remoto per un’azienda di Firenze: cercava dunque un posto dove utilizzare il suo computer e allo stesso tempo stare in mezzo ad altri professionisti. Una mattina è entrato nel coworking di vicolo Valle, allora gestito da Lino’s&Co. Il momento era propizio perché da poco Lino’s&Co, insieme alla Cooperativa Sociale Centro di Lavoro San Giovanni Calabria, aveva vinto il bando della Fondazione Telecom per il rilancio dell’Arte Nera (la tipografia). Da allora Raffaele si è avvicinato gradualmente alla Cooperativa, passando dall’essere un semplice coworker ad assumere ruoli di collaborazione e di responsabilità sempre maggiore, fino all’assunzione vera e propria a ottobre 2016. Nel frattempo le attività di comunicazione e lo spazio di vicolo Valle, che comprende il coworking e il negozio, sono passati con la cessione del ramo d’azienda sotto il controllo della Cooperativa: Raffaele ne è diventato il referente. Il finale dimostra che “qui dentro si può fare”, tutto può succedere. 

Una giornata di sole

Ma questo finale è stato in realtà l’inizio di un nuovo capitolo con l’entrata a gamba tesa nel mondo del sociale, per Raffaele una scoperta inaspettata e folgorante: se prima aveva sempre lavorato per aziende tradizionali, adesso sa che il suo lavoro quotidiano non va ad arricchire le tasche di un imprenditore ma determina la possibilità di inserimento di altre persone appartenenti a categorie svantaggiate. Persone con cui ha relazioni umane, che conosce. Questa prospettiva gli dà la forza di dire “alzati e vai” ed è così potente da trasformare una giornata di pioggia in una giornata di sole.

Lavorare nel sociale, per lui, aiuta a ridimensionare l’ego e abbassare la percezione dei propri problemi, significa guardare oltre il profitto. Raffaele ha sposato in pieno la causa della Cooperativa tanto che, nel momento in cui ha dovuto trasferirsi a Milano, non ha cercato un nuovo lavoro perché gli è stato proposto di andare avanti insieme, anche se a distanza. Che grande soddisfazione personale! Oggi torna a Verona due giorni a settimana e, nonostante debba fare molti chilometri, è felice perché c’è la componente sociale a cui non saprebbe più rinunciare.

Un’aria sociale

Oltre a essere nel comitato di indirizzo, la presenza di Raffaele nella Cooperativa è strettamente legata allo spazio di vicolo Valle da cui è partito: è referente del settore Comunicazione, Legatoria e Tipografia, inoltre gestisce il coworking Retro Bottega con il negozio Bottega Aperta, dove hanno sede anche Studio Content(o) e la legatoria sociale.

Studio Content(o) è il settore che gestisce progetti di comunicazione sia per la Cooperativa che per clienti esterni, tra cui importanti aziende. Il team, condotto da Raffaele, è composto da Elisa, Massimo, Francesca e Federica, ben più che colleghi: sono persone con cui sta bene, che stima e che lo ricambiano con grande affetto.

La legatoria sociale, invece, è un progetto in cui Raffaele ha fortemente creduto ed è fiero della sua riuscita: sotto la guida di Federica Nassetti in arte Yuuy, i ragazzi e le ragazze coinvolti nei laboratori esperienziali del Civico 21 si trovano alla Bottega Aperta per creare prodotti artigianali di legatoria. 

«Questo è il modo giusto di dialogare con le imprese» dice Raffaele, «fargli vedere direttamente cosa facciamo. Qui emergono i veri valori della Cooperativa senza intermediari, l’attenzione è sulle persone: i ragazzi del Civico 21 sono contenti di venire qui tre giorni a settimana, sono gli attori principali del loro lavoro e questa non è una facciata, sono parte integrante della quotidianità del coworking. Inoltre realizzano prodotti oggettivamente belli, di qualità, originali, riciclati. Dentro un semplice quadernino si raccolgono tantissimi valori. Poi i ragazzi partecipano anche alla vendita o alla consegna dei prodotti finiti alle aziende e questo per loro è un grande riconoscimento. Le imprese riconoscono questo plus».

Adesso nello spazio di vicoletto Valle si respira un’aria molto più “sociale”, che gli ha dato una specificità rispetto a un normale coworking. La riuscita del progetto non era scontata e ha attraversato momenti di difficoltà, ma come dice lui, bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno e trasformare i problemi in opportunità.


Antonio Taddeo

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La sede di Via Gardesane non ha segreti per lui, nella nostra Cooperativa dal 2008: Antonio conosce il grande edificio come le sue tasche, anche l’angolo più nascosto e dimenticato. 

Nato nel 1980 a Borgo Roma, Antonio vive oggi a Buttapietra insieme alla moglie e al loro bambino di cinque anni. Ama fare attività fisica all’aria aperta e, quando riesce, in pausa pranzo va a camminare in mezzo ai campi verso San Vito al Mantico.

L’evoluzione della Cooperativa

Dopo il diploma di perito aziendale ha iniziato la sua esperienza lavorativa in ambito commerciale, subito come spedizioniere e in seguito come amministrativo in aziende private. 

Il mondo del sociale non faceva parte della vita di Antonio, il suo primo contatto è stato proprio con la Cooperativa Sociale Centro di Lavoro San Giovanni Calabria quando nel 2008 si è candidato per una posizione in amministrazione. A quel tempo la Cooperativa aveva la sede in via San Marco a Verona, ed era ancora relativamente piccola, con “solo” un’ottantina di dipendenti, ma la squadra era affiatata e diversificata.

Il primo incarico di Antonio è stato nell’ufficio del personale, a supporto di Marilisa e Concetta. Poi è arrivato il vero incontro con il mondo della fragilità, poiché gestiva il servizio di trasporto disabili del SIT: quando mancava qualche autista o accompagnatore, era proprio Antonio a sostituirli. Questa esperienza lo ha segnato molto e lo ha fatto maturare, facendogli capire di aver intrapreso la strada giusta. Chi lo avrebbe mai pensato?

Nel 2009 la sede della Cooperativa si è trasferita in via Gardesane. Questo trasferimento in un edificio più grande e completamente dedicato al Centro di Lavoro, ha aiutato anche a costruire una riconoscibilità dall’esterno. Il nuovo indirizzo ha ospitato finalmente tutti i settori, prima divisi. Qui Antonio era passato all’accoglienza e centralino, svolgendo comunque altre attività di supporto quando c’era bisogno.

Da qualche anno è coordinatore del gruppo di lavoro Acque Veronesi: inizialmente gli incarichi di apertura, chiusura e lettura contatori erano molto limitati, bastavano uno o due tecnici per fare poche operazioni al giorno; ma nel corso del tempo il lavoro è aumentato e oggi sono ben tre gli appalti seguiti dalla nostra Cooperativa.

Avanti tutta!

Antonio è ormai un veterano nella Cooperativa: quando è entrato aveva 28 anni e ha imparato tanto da tutti, sia a livello professionale che umano. Lui crede di aver sempre ricambiato, è molto contento del percorso che ha fatto e spera di continuare a dare il proprio contributo. 

Nel corso degli anni ha cambiato tante mansioni, sperimentando quasi tutto, e oggi è diventato indispensabile nel progetto Acque Veronesi: se manca il suo coordinamento i tecnici potrebbero sentirsi spaesati, ma questa responsabilità non gli pesa perché sa che quando è lui ad avere un problema c’è qualcuno che lo aiuta. Non viene lasciato solo.

Antonio è una persona che non si abbatte mai, se ci sono degli ostacoli cerca di affrontarli in modo positivo. E siccome indietro non si va, allora “avanti tutta”! 


Sara Vanzan

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È il primo volto che ci accoglie all’ingresso della Cooperativa: è Sara, due occhi luminosi e una parola gentile per tutti.

Da tre anni tutte le mattine arriva in via Gardesane da Campagnola di Zevio e si siede dietro al bancone della reception, pronta a smistare telefonate e indirizzare persone tra i vari uffici della Cooperativa.

Una gioia infinita

Sara si è sposata presto, a 19 anni. Lei e il marito avrebbero voluto subito dei figli, che purtroppo non sono arrivati: dopo quattro anni, però, grazie all’adozione nazionale è arrivata Francesca, una bambina di soli 20 giorni. «Una gioia infinita, una gioia che non ti dico!». Quando ricorda questo momento Sara si commuove sempre.

L’emozione di diventare madre, tuttavia, si accompagna presto a una serie di forti dolori che le colpiscono tutto il corpo, ogni giorno un dolore diverso ma costante. Ci sono voluti degli anni e molti esami medici perché le venisse diagnosticata la fibromialgia cronica con altre patologie collegate. Oggi ha imparato a convivere con l’affaticamento fisico, anche grazie ai medicinali e al sonno, e programmare la giornata la aiuta a tenere a bada l’ansia.

Sara è arrivata nella nostra Cooperativa attraverso un annuncio di lavoro per categorie protette, dopo che la precedente cooperativa in cui era impiegata come amministrativa ha dovuto ridurre l’organico. Qui è stata inserita inizialmente nell’ufficio che gestisce gli ordini per Acque Veronesi, poi si è spostata in reception, dove si trova nel suo ambiente naturale perché ama stare a contatto con le persone. 

Vivere alla giornata

«Stare qui è come una seconda famiglia, con il tempo ho capito quanto la Cooperativa dia valore alle persone» dice Sara, e non è retorica. Lavora in via Gardesane dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 13: è l’orario giusto per lei e per il suo fisico che si affatica presto. Al bancone non solo accoglie i visitatori e smista le telefonate, ma quando occorre dà supporto anche a qualche ufficio interno. «Qui si sta tanto bene. Anche i colleghi mi vogliono bene, c’è entusiasmo. Per qualsiasi difficoltà, tu chiedi e ti danno sempre la risposta giusta». Loro dicono che Sara è molto solare e dolce, si sofferma sempre a dire una parola a chi è in difficoltà. 

Nella vita Sara ha vissuto un po’ di alti e bassi, ma adesso è felice. La Cooperativa le ha dato forza, ha capito che ci sono persone che hanno problemi più grandi dei suoi, con malattie gravi, tumori, e questo le ha dato il coraggio di dire “sì, ce la posso fare”. Da parte sua lei dà sempre tanta disponibilità, affetto e sincerità. Cerca di dare e di ricevere, perché è importante anche quello. 

Da un po’ di anni il motto di Sara è “vivere alla giornata”, perché non sa mai come si alza al mattino: se ha dormito bene allora la giornata è positiva e si riesce, con calma, a fare tutto. 


Saibou Camara

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Saibou, 36 anni, è arrivato in Italia dal Senegal nel 2011. Oggi vive a Verona nel quartiere di San Michele Extra.

Prima di entrare nella nostra Cooperativa era impiegato in una lavanderia industriale a Villafranca, ma dopo due anni, proprio mentre stava andando al lavoro, la sua vita è stata segnata da un grave incidente stradale. Nella nuova condizione Saibou non poteva più svolgere le mansioni di prima, quindi si è appoggiato alla Cooperativa Self Help You di Verona e grazie a questa nel 2016 è arrivato alla Cooperativa Sociale Centro di Lavoro San Giovanni Calabria.

In quel periodo lavorava due giorni a settimana anche allo Sportello Integrazione del Comune di Verona, mentre tutte le mattine da allora è impiegato nel settore assemblaggio della Cooperativa in via Gardesane. Il suo compito è fare cablaggi per la ditta di pompe idrauliche Pedrollo. 

Migliorare il futuro

Secondo Rachele Nicolis, la Coordinatrice dei servizi socio-assistenziali, Saibou è diventato un punto di riferimento importante nell’area assemblaggio e si è sempre relazionato bene con tutti. Inoltre è una persona affidabile che non si tira mai indietro.

Saibou si trova a suo agio con i colleghi del proprio reparto e non è raro che si incontrino anche fuori dal luogo di lavoro; da parte sua si impegna al massimo nel rispettare gli orari e nel portare a termine le commesse. 

Nonostante i momenti difficili del passato, Saibou non si ferma e vuole “andare sempre avanti per migliorare il futuro”.


Serena Finotti

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Professione

Professione

A Bovolone (VR), dove è nata, lavorava come lucidatrice di mobili, ma una volta sposata Serena si è trasferita a Verona.

Dopo un periodo come badante, circa tre anni fa è arrivata alla Cooperativa tramite il progetto RIA della Regione Veneto, rivolto a categorie di persone difficilmente collocabili nel mondo lavorativo per diverse cause e che, attraverso politiche di sostegno e formazione, è possibile indirizzare verso un percorso di reinserimento lavorativo.

Colleghi e amici

Ha iniziato come lavapiatti in una scuola di Settimo di Pescantina (VR), ma non si è trovata bene e allora la Cooperativa, dato l’avviamento della nuova collaborazione con l’azienda AERMEC, ha pensato di trasferirla nel settore assemblaggio in via Gardesane.

In questo comparto specifico sono occupate tre persone, tutte donne, che assemblano componenti per condizionatori e caldaie. Serena lavora le mattine dal lunedì al venerdì e qui si trova “super benissimo”, perché oltre alla fatica si ride e si scherza molto con i colleghi di tutto il settore: in totale 25 ragazzi da “tenere a bada”, ma con cui spesso si trova a mangiare fuori.

Stare bene per se stessa

Quando serve tutti le vengono incontro, i suoi responsabili Fabio e Rachele hanno “il cuore grande” e la supportano con ciò di cui ha bisogno. Anche se a volte ha paura di sbagliare, Serena in cambio mette tutto l’impegno che può perché la Cooperativa l’ha portata alla vita che ha adesso, dandole la possibilità di fare dei colloqui per superare un momento di difficoltà e tornare a stare bene con se stessa.

Da questa esperienza di caduta e rinascita ha adottato una filosofia semplice ma efficace: non stare male per il giudizio degli altri e lasciarsi tutto alle spalle.